di Valentina Gattei
In Gestalt non ci sono emozioni giuste o sbagliate: ogni emozione è e ha tutto il diritto di esistere. Il sentire è alla base del ciclo del contatto, necessario e fondamentale per orientare il pensiero, le azioni e i comportamenti di una persona e per trovare una modalità unica, irripetibile e la più creativa possibile, di essere nel mondo.
Qual è la funzione biologica della paura?
Le emozioni sono utili alla nostra sopravvivenza: significa, quindi, che senza non saremmo vivi. Tra le emozioni di base troviamo rabbia, dolore, gioia e paura.
La paura è un’emozione considerata spiacevole, ci porta in uno stato di tensione, allerta e allarme, ma se ogni emozione è funzionale alla nostra sopravvivenza, che funzione ha la paura? Ci segnala quando ci troviamo in una situazione di pericolo e ci predispone all’attacco o alla fuga. Il nostro corpo vive uno stato definito “arousal” per il quale tutto in noi si prepara ad affrontare la minaccia percepita: il battito accelera, il respiro anche, la sudorazione aumenta. Si tratta di uno stato di attivazione neurofisiologica che prepara il nostro organismo a essere pronto a fuggire o ad attaccare.
Scrive Paolo Quattrini “Senza la paura non ci si fa a scappare efficacemente: la paura manda in circolo una grande quantità di adrenalina, che fa sì che i muscoli funzionino meglio, che ci si muova con riflessi più rapidi, che si corra di più, che si possa insomma sfruttare l’organismo più del normale. Naturalmente questo può avvenire solo in situazioni di emergenza: le risorse che una persona impaurita mette in atto non le può usare continuamente, perché altrimenti il suo organismo si logora, nel senso che correndo molto forte gli può venire un infarto se a un certo punto non smette. L’emozione mette in moto capacità che servono per uno scopo contingente, ma che non possono essere tenute per lungo tempo dall’organismo.”
Cosa succede quando proviamo paura?
La paura, quindi, è un’emozione difficile da sostenere, da tollerare e può portare a mettere in atto comportamenti diametralmente opposti, ma comunque controproducenti:
- può portare ad agire di impulso solo per uscirne. La paura può portare a vivere uno stato di terribile incertezza, di fragilità e dubbio che, per alcuni, può essere intollerabile. Usando una metafora potremmo dire che, per qualcuno, la certezza dello schianto è preferibile all’incertezza di ciò che si teme;
- oppure, al contrario, può portare all’immobilità. La paura è tale che non ci si muove di un millimetro. Anche non muoversi, anche non scegliere è una scelta e, a volte, tra le più dolorose perché il rischio è una vita non vissuta, priva di esperienze, sogni e piena di rimpianti e rancori.
Paure reali e fantasie catastrofiche: che differenza c’è?
Quel che diventa difficile, a volte, è capire di cosa abbiamo paura. Esistono, infatti, paure reali e altre immaginarie, timori insensati e altri che hanno un’origine ben precisa. È necessario comprendere se esiste un pericolo concreto che ci minaccia o se si tratta di una “fantasia catastrofica“, ovvero qualcosa di terribile e temuto, che però ha luogo solo nella nostra mente, nella nostra fantasia. Anche non sentire la paura è un problema, la persona può mettersi in situazioni rischiose da sola. La paura, infatti, può salvarci la vita, a patto che non ci blocchi e che non sia generalizzata su tutto.
Alla famiglia della paura appartengono tutte quelle emozioni quali l’ansia, l’incertezza, il terrore, il panico, il sospetto, la sfiducia e via dicendo.
Da bambino ad adulto: imparare a tollerare la paura.
Quando un bambino si sente spaventato si tende a sottovalutare il suo sentire, a dirgli di non provare paura. Come se il bambino (o l’adulto) potesse decidere razionalmente, cognitivamente, di non esperire tale emozione. Questo porta alla difficoltà di sentire la paura, mentre, invece, è fondamentale riconoscerla, accoglierla, darle il giusto valore e spazio. È necessario, quindi, imparare a sentirla di nuovo, da adulti, non reprimendola o negandola.
Se la ascoltiamo, possiamo iniziare un dialogo volto alla comprensione di quel che ci spaventa. È importante imparare a stare, attendere e tollerare l’incertezza che porta con sé. Valutare bene ciò che sentiamo, ciò che davvero c’è e ciò che invece ci stiamo immaginando. Per tollerare la paura e agire nonostante essa, bisogna capire qual è la sua origine, è davvero nostra o ce l’hanno inculcata i genitori, la televisione, gli amici? È importante, inoltre, prestare attenzione a quel che accade intorno a noi, a ciò che si trova sullo sfondo di quel che invece è in figura e ci spaventa. Infine è fondamentale aiutare la persona ad aiutarsi sviluppando la capacità di consolarsi e di rassicurarsi da sé. E questo è possibile solo con l’esperienza, stando in contatto con quel che accade dentro e fuori di noi per rendersi conto se, davvero, ci troviamo in mezzo a una tempesta in mare o se stiamo affogando in un bicchiere d’acqua. Imparare a rassicurarsi non significa smettere di provare paura, ma fare la nostra cosa anche se siamo spaventati: sostengo quell’esame anche se mi tremano le gambe, sorrido a quel ragazzo anche se sono terrorizzata, mi iscrivo al corso di teatro anche se mi vergogno moltissimo.
Paura e coraggio: due facce della stessa medaglia.
A volte, ci dimentichiamo che la paura ha un’altra faccia: il coraggio. Come scrivono su Una parola al giorno “Il coraggio è “una virtù ampia, come dichiara l’origine forte e generica che la lega al cuore. Il coraggio è il prestare l’ampiezza del petto all’incerto, al pericolo, al dolore – la disposizione salda al sacrificio. Il coraggio non è l’assenza di paura, ma piuttosto il giudizio che c’è qualcosa di più importante della paura.”
Pieni zeppi di paura, quindi, ma anche pieni zeppi di coraggio. Citando Paolo Quattrini possiamo dire che “Tre sono le porte della vita. Fatica, dolore e paura. Quello che ottieni dipende da quanta fatica accetti di fare e da quanto dolore e quanta paura reggi.” E questo è quello che cerchiamo di imparare a fare con la Gestalt.

