di Valentina Gattei
Il ciclo del contatto è uno dei capisaldi della Gestalt. Ne hanno parlato diversi autori, possiamo citare ad esempio l’articolo “Teoria del sé e ciclo del contatto” di Sergio Mazzei. In questo post useremo l’approccio di Paolo Quattrini che è riuscito a semplificare concetti teorici importanti attraverso la descrizione del ciclo del contatto con delle domande. Vediamo quali sono e come si caratterizzano le fasi del ciclo del contatto:
1. Cosa sento?
Questa è la prima domanda che un gestaltista si pone: cosa sento? In relazione a quello che sta accadendo, a quello che sta dicendo l’altro: cosa sento? Qual è o quali sono le emozioni che mi abitano? Siamo nella fase del pre-contatto in cui cerco di prendere consapevolezza delle mie sensazioni, di divenire consapevole del bisogno che mi muove, di quale o quali emozioni mi spingono. Questa prima fase del ciclo del contatto richiede attenzione e cura, essere consapevoli delle proprie emozioni può essere, certamente, il lavoro di una seduta, ma anche di una intera vita.
In Gestalt tutte le emozioni hanno diritto di esistere e non esistono emozioni giuste o sbagliate, vanno solo riconosciute e comprese.
2. Cosa penso?
La seconda domanda che ci si pone nel ciclo del contatto è cosa penso? Cosa penso di quello che sento? Perché sentire è fondamentale eppure non basta, non è sufficiente. Ci sono caratteri specialisti del sentire, ma è necessario unire una riflessione cognitiva sulle emozioni sentite e chiedersi “cosa penso di quel che sento?” al fine di riflettere e valutare la situazione da un punto di vista logico, razionale, basato sull’emozione che si sente.
3. Cosa voglio?
Ecco la terza domanda del ciclo del contatto: cosa voglio? Ora che ho sentito, che ho riflettuto sul mio sentire, cosa voglio per me?
Qui si aprono milioni di possibilità differenti. Voglio lasciare perdere oppure voglio tenere il punto? Voglio correre il rischio oppure no?
È la fase del contatto, della mobilizzazione e dell’eccitamento, della scelta e dell’attivazione. In Gestalt si parla tanto di responsabilità, intesa come respons-ability ovvero l’abilità di rispondere a quel che ci accade. Ed è intesa anche come responsabilità delle proprie scelte. Anche non scegliere è una scelta e in ogni decisione presa c’è un prezzo da pagare. Qualcosa che scelgo e prediligo e qualcosa che lascio andare, che perdo.
In Gestalt c’è una spinta al cambiamento. Non è sufficiente, per quanto sia fondamentale, essere consapevoli di quel che sento e di quel che penso. Dopo mi domando “Cosa voglio?” e mi assumo la responsabilità del mio bisogno e della mia scelta e, di conseguenza, della mia vita. Che non dipende più, o forse meglio non solo, dagli altri, ma anche da me. Nella vita le cose accadono e spesso sono dolorose, la Gestalt non nega questa realtà, ma è come se la domanda fosse “cosa faccio con quel che mi accade?” “visto che mi è successo questo, cosa voglio per me?”, il presupposto è la forte convinzione e l’assoluta fiducia che noi tutti abbiamo un certo grado di potere e di responsabilità personale e che ogni risposta non possa che essere una risposta unica e diversa da tutte le altre.
4. Cosa faccio?
La quarta domanda del ciclo del contatto è cosa faccio? Una volta che ho sentito l’emozione, una volta che ho riflettuto a livello cognitivo, una volta che ho capito cosa voglio per me, cosa faccio? In Gestalt è richiesto un cambiamento, non basta la consapevolezza, per quanto necessaria, serve anche il cambiamento di un comportamento. Se è vero che nessuno di noi può cambiare chi è, è vero che può cambiare quello che fa. Siamo al contatto finale, all’azione da compiere. Ma non dobbiamo pensare ad azioni che stravolgono la nostra vita, possono essere piccoli cambiamenti. Ad esempio una battuta sagace se qualcuno ci fa arrabbiare o uscire dalla stanza se qualcuno dice o fa qualcosa che non ci piace. O ancora dire “non mi piace se mi parli così”, ma anche, ad esempio, abbracciare il nostro babbo che magari lo volevamo fare da una vita ma non ne avevamo mai avuto il coraggio o imparare a dire “ti voglio bene, che bello che ci sei”. Azioni, espressioni, in maniera consapevole e congrua con l’emozione che sentiamo, il pensiero che ci abbiamo attaccato e in linea con il bisogno che abbiamo individuato.
5. Cosa sento avendo fatto quel che ho fatto?
Siamo alla fase finale del nostro ciclo del contatto dove ci domandiamo: cosa sento avendo fatto quel che ho fatto? Siamo nella fase del post contatto, ovvero ora che ho compiuto la mia azione, come sto? Come mi sento? Va bene per me? Se sì la Gestalt si è chiusa, se invece sento che qualcosa ancora non va bene per me, che non sono soddisfatta, la Gestalt è ancora aperta e si ricomincia da capo.
Per ogni Gestalt chiusa, per ogni ciclo del contatto che va a concludersi, ce ne sono altre che si aprono. Esistono poi delle Gestalt esistenziali che si aprono e si chiudono in maniera diversa lungo tutto l’arco della nostra vita. Non c’è una fine, non si arriva ad un punto in cui non si hanno più bisogni e emozioni, ma è come imparare a camminare in questa vita con un’andatura sghemba. Due passi avanti e uno indietro. Consapevoli che non si finisce mai di porsi domande, avere dubbi, vivere paure e grandi amori.
Perché finire e chiudere ogni Gestalt significherebbe non essere più vivi. E invece con la Gestalt si è più vivi che mai.

